qui dove ci incontriamo

Sono nel mio studio di Firenze. Intorno a me materiali, libri, opere: è il luogo dove incontro me stessa e l’Altro, dove creo, scrivo. Ho dato quella che mi sembra una iniziale forma accettabile a ciò che su questo sito compare come page o widget. Mi sembra che si cominci a capire chi sono, cosa faccio e come contattarmi. Ora mi sto chiedendo quale possa essere il primo post, quello che compare aprendo il sito.

Apro con una proposta interattiva. Questo post vieve automaticamente richiamato cliccando “provate: aspetto la vostra voce!” nelle widgets di prima pagina. Sarà uno spazio stabile dove mettere nei commenti richieste, idee, desideri, curiosità, qualunque tema vogliate esplorare in modo espressivo, siano essi temi di vita, riflessioni sulla professione, sogni.  Si creeranno dei fili sottili che diventeranno i titoli nati da voi e vi contatterò con date, possibilità e un luogo che diventi quello dove ciascuno può incontrare se stesso e l’Altro.

A chi è rivolta questa proposta? a colleghe e colleghi, a diplomate che hanno bisogno di supervisioni, a chi vuole intraprendere un percorso per conoscersi meglio.

P.S. “Qui dove ci incontriamo” è il titolo di un bel libro di John Berger, edito da Bollati Boringhieri. Non fa parte dei suoi saggi sull’arte né dei suoi scritti politici: è una raccolta di racconti che risuona su corde profonde, nutriente, godibile.

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Art therapist, artist,
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17 risposte a qui dove ci incontriamo

  1. Artemis ha detto:

    Ciao Cecilia,
    incuriosita dal tuo post sul blog di Art Therapy Italiana sono entrata in questo tuo spazio che parla di te e del nostro lavoro di AT, in modo profondo e con un’impronta personale, che stimola la voglia di leggere i contenuti e di interagire. Ora che sei spesso a Firenze non sarà molto difficile incontrarsi anche di persona, Roma è molto vicina. Un saluto e a presto. Artemis

  2. Donatella Mondino ha detto:

    ciao Cecilia, oggi mi trovo a girovagare tra scritti di donne, fotografie di case abitate da donne scrittrici ed è per questo che, finalmente! girovago anche per il tuo blog. Ho aspettato il momento. Ho aspettato come si aspetta che un’opera prenda forma, che una relazione prenda il suo colore, che una persona lasci affiorare il suo sogno, la sua parola, il suo gesto. Ho aspettato di essere abbastanza leggera e vagabonda da poter entrare in uno spazio così personale e così aperto perchè altri vi passino. Leggo le parole qui accanto e mi scopro a pensare che io, oggi, metterei tra le mie l’attesa, come capacità di aspettare, pazienza forse anche, e come capacità di sospendersi. Ti lascio, Yeats e la capacità negativa come una traccia del mio passaggio. A presto, Donatella

  3. Isabella ha detto:

    Cammino anch’io in punta dei piedi in questo spazio.
    E’ lo studio di Firenze, o la casa di Via Guffanti, o Santa Sofia, o Massaua, o Torre d’Isola, o Massaua di nuovo o anche Via Ticinello, i tuoi luoghi, un po’ anche miei, spazi condivisi, amati, visitati, abitati, percorsi.
    Ma lo spazio nostro è anche altro – molto altro – e non abbiamo nemmeno bisogno di dircelo.
    E’ tutto quello che occupa un legame per la vita.
    Ti lascio qualche riga mia.

    Tre rose ho trovato
    tra le mie carte
    ammassate
    e preziose.
    Tre rose,
    e un alito di vita
    di un momento che non ricordo.
    Tre rose del mio giardino
    segreto
    che innaffio e coltivo
    nei miei giorni,
    per farne dono
    a un’amica.

    Isabella

  4. Isabella ha detto:

    Entro di nuovo nelle mie piccole prove sul confine.
    Mi verrebbe da mettere un piede dietro l’altro come, bambina, facevo sulle fessure che dividevano le lastre del selciato.L’esercizio aveva due varianti. Nella prima bisognava assolutamente evitare che la suola della scarpa toccasse la riga divisoria. Nella seconda si doveva invece lambirla, ma senza forzare il passo, senza modificarlo: era necessario calibrare le distanze con grande anticipo. Il bello però era che se sbagliavi potevi immediatamente decidere di passare alla variante opposta, per cui c’era sempre una via d’uscita.
    Stupenda duttilità della mente infantile.
    Il gioco poi doveva apparire naturale e – meraviglia – poteva essere segreto. Nessuno avrebbe mai detto che stavi giocando. Solo camminando.
    Corsi e ricorsi storici.
    Qualche volta sono tentata di farlo ancora, sai?
    Isabella

    • ceciliamacagno ha detto:

      potrebbe essere il titolo di un bel workshop prove sul confine. Mi hai fatto venire in mente giochi e sensazioni simili. E il percorrere un interminabile asse di equilibrio, o filo sospeso a grande altezza. Quando il gioco si faceva molto serio. Movimento così radicato nello psiche soma da emergere a distanza di anni per poter essere cambiato: poteva anche non succedermi nulla se mettevo un piede dalla parte sbagliata. >—-Messaggio originale—-

  5. patrizia ha detto:

    Buongiorno Cecilia, entro in questo spazio un po’ timidamente, in punta di piedi, perché non so che forma posso avere in questo contesto, ma, come le (questo “lei” non mi si risolve) ho già detto in altri momenti, lo spazio che abbiamo condiviso, il suo conforto e il suo confronto mi mancano moltissimo e, ora, posso dirlo. Non vorrei però sbagliare invadendo impropriamente questo luogo-tempo. Chissà che io non possa trovare una nuova forma adeguata ad un nuovo stare insieme
    proprio qui.
    Patrizia

  6. Pingback: Qui dove ci incontriamo: un workshop! | cecilia macagno

  7. Maria ha detto:

    Buongiorno Cecilia a grazie per avere esteso l’invito anche a una “rookie” come me. Le cose e situazioni dell’arte io le penso come un invito, invito che a volte viene da me stessa, più spesso da altri . Invito al quale , mi capita anche di rispondere “no,grazie” e di questo mi sono chiesta la ragione. Il tug of engagement è un’ alchimia che non funziona sempre e comunque . Quando non funziona, lo devo accettare, devo lasciare che accada. Il “luogo dove ci incontriamo “, non è sempre così facile da raggiungere, e’ molto più complesso di uno spazio fisico e dobbiamo accettare che volte ci arriviamo ,altre volte no. Lasciare che accada e regolare l’ansia , rimanere distaccati dal risultato finale ed essere flessibili rispetto al risultato stesso.
    Anch’io vorrei lasciarti una poesia, o meglio un frammento di poesia

    Il mio corpo respira un altro muschio
    Che sa di torba e di menta
    Profumo di miele di un’antica collina
    Che ha la tenebra nei suoi colori.

    • ceciliamacagno ha detto:

      Cara Maria, mi ha molto commossa la tua poesia. Profonda e toccante, dice quanto il fuori della vita nutra l’interno, quanto l’interno crei e ricrei i paesaggi reali donando loro una vita poetica che altrimenti non avrebbero. Ti ringrazio e ti aspetto domenica. Cecilia

      >

  8. Maria ha detto:

    Grazie, ci vediamo domenica

  9. isabella ha detto:

    Sempre sul confine,l’andatura che traballa un po’ di più, l’età forse, ma anche l’intrinseca debolezza di due piedi nati dalla pinna caudale, trasformazione necessaria per abitare la terra e occupare spazi a volte residuali, ma non per questo meno essenziali.
    Sempre alla ricerca di un altro senso aggiuntivo che possa includere le persone che mi accompagnano nel viaggio, a volte su sentieri arditi, altre alla ricerca di una piccola radura per sostare e rinfrescarsi.
    E in ogni momento provando ad aprire la mente per decifrare nuovi linguaggi…

    • ceciliamacagno ha detto:

      In questo luogo conosciamo profondamente il traballio incerto. Pinnocaudati maschi e femmine, che abitano, come dici tu, spazi residuali ma essenziali. Sono traballante per compagnia, per empatia, per ritmo di coppia. credo che così is apiù facile ritrovarsi sugli stessi sentieri.

  10. isabella ha detto:

    E se la parola non esce perché non può farlo, perché troppo logora e usurata, allora dobbiamo essere e stare vivi perché siano e restino vive le persone accanto a noi.
    Provo piccole cose gentili e invaso la marmellata di fragole attendendo la Pasqua.

  11. isabella ha detto:

    Ho trasformato con tanta fatica e lavoro un potenziale vuoto in spazio, meravigliandomi della capacità che ho incontrato in me e nelle cose. Mi sono liberata di tanti oggetti vecchi e inutili, abbandonati sperando un utilizzo che probabilmente non verrà mai più. Il respiro affannoso si è fatto poco a poco lieve, il dolore è rientrato nelle ossa e nei muscoli, ma mi ha reso un po’ (ma solo un po’) più plausibile e viva.
    Piano piano è entrata la luce. Adesso è quasi troppa e imbarazzante e so che devo farmene qualcosa.
    Resto in attesa.

  12. ceciliamacagno ha detto:

    Siamo come onde nel nostro divenire. Nate da abissi neri punteggiati di luci animali ci solleviamo, attraversiamo il blu alte verso la luce per rittuffarci e scoprire la luce, lo spazio potenziale nel nero. Sopra come sotto

  13. isabella ha detto:

    Un mese diverso sul calendario della vita e dell’anima.
    Ne seguiranno altri e continueranno a cambiare.
    Ma se l’orizzonte è cupo, non resta che navigare a vista in una primavera incerta, verso un’estate che forse non ci darà tregua, sperando, continuando a sperare che esista un approdo…

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