Trasformazioni e alchimia

Da artista ho lavorato e lavoro con gusto sulla relazione con il materiale. La godo, me la vivo. Ho scritto di queste riflessioni ne Il sasso in bocca (lo trovate in Saggi lunghi), quando lascio la parola all’artista, convinta che un arte terapeuta debba conoscere la propria estetica in modo sempre più approfondito, che debba sperimentare, lasciarsi chiamare dai materiali, anche i più insoliti e stravaganti; farsi da quelli guidare in una appassionata relazione. Un materiale insolito che chiama è evocativo,indicativo nella mia esperienza, di un nucleo ancora sconosciuto. Riporto di seguito qualche passaggio.

Qualche questione che, anche se legata a un ricordo, fa comunque parte del presente e nel suo essere traghettata oggi, attraverso la ricerca di materiale e la volontà di espressione è già qualcosa di nuovo e trasformato.
In questo essere guidata dal o verso il materiale sono già in un ambito riflessivo: sono in una riflessione che fa parte di una coscienza percettiva. Sì certo, è corporeo, ma non sono più nel silenzio del corpo e, appunto, non sono più immediata, non c’è una risposta im-mediata a ciò che mi succede, mi sto ascoltando, sentendo, sono testimone di me stessa rispetto a qualità per me specifiche di un’esperienza e quei materiali che cerco e trovo sono un Medium che transita, contiene e sostiene e che mi consentirà di arrivare vicina quanto posso in un certo momento a una Verità che mi riguarda.
Quando lavoro a un oggetto artistico con i materiali, sono in uno stato in cui, presentissima al mio corpo e aperta, attenta ma non focalizzata posso accogliere quelli che Bion avrebbe, credo, chiamato “pensieri selvatici”, prodotti dal regista, sognatore, pittore inconscio e in cerca di un pensatore. Immagini altre, rêverie, buffi pensieri apparentemente senza senso, favole e miti, storie, associazioni, musiche, canzonette, frammenti letterari vengono intessuti nell’opera in corso in quello spazio d’azione che si è creato tra il percepire, lasciarsi appassionatamente pervadere e l’altrettanto appassionata azione artistica.
Ciò che è vivo nel corpo come memoria somatica, ciò che fa parte dell’inconscio non rimosso, del grande magazzino di elementi non processati o rimandati al mittente perché intollerabili, quel nucleo di cui non sapevo granché ha trovato la sua espressione in un certo materiale. Attraverso quel materiale viene ripreso e rimaneggiato in una serie di cambiamenti di forma, di trasformazioni, ma si mantiene invariato nella sua verità più profonda. Il materiale è sempre quello, è la forma che prende di volta in volta a cambiare e mentre la forma cambia per me diventa sempre più possibile avvicinare la realtà emotiva che quel materiale incarna. Quando, dopo una serie di flussi e aggiustamenti, mi ritrovo a maneggiarlo con facilità sono io a essere cambiata, perché ho modificato la mia capacità di fare esperienza della realtà emotiva incarnata nel materiale: è il Sé che evolve.

Stavo raccontando la mia esperienza con la lana di ferro da ebanisteria, ricamata con  filo d’oro. 

Appena più tardi mi sono messa  a lavorare con il piombo. Sono lontanissima dall’ever esaurito il mio rapporto con questi due materiali. Quello con il piombo, poi è appena iniziato.

Perchè sto raccontando daccapo tutto questo? Beh, sono immersa nella lettura di un libro molto interessante: LA RELAZIONE. Psicologia, clinica e terapia dei campi interattivi  edito da Vivarium, di Nathan Schwart – Salant, autore che apprezzo sempre di più.  Schwartz-Salant è uno psicoanalista di formazione junghiana con una conoscenza profonda e solida di molti modelli di pensiero e metodi di intervento: si destreggia tra Freud, Winnicott, Klein, Bion, post freudiani, post bioniani arrivando ad un pensiero personalissimo in cui i fili simili si intrecciano, parlano, creano rimandi, differenze e complementarietà arricchendosi e portando reciproca chiarezza.
I suoi lavori sul narcisismo, sul paziente borderline, sulla relazione poggiano su un presupposto fondamentale: che non si possa lavorare se non rimanendo saldamente incarnati, incorporati; l’inconscio è corporeo, l’immaginazione quella incorporata, così come la cognizione.
Confesso: per un po’ l’ho letto quasi di nascosto, un po’ per il piacere di godermelo da sola, un po’ perchè la relazione con i grandi eretici (ci metterei anche Searles), i grandi spiriti liberi mi riesce meglio in privato, un po’ in ombra. Poi questa estate una collega e amica (molto cara: ciao!) cogliendomi sul fatto, mi ha raccontato divertita che nel suo ambiente (psicoterapia per adolescenti che più freudiana di così, etc.), sono molti quelli che lo leggono di nascosto, grati per ciò che offre quando parla del vedere nel campo e del tema del doppio in analisi.

Ne  LA RELAZIONE riprende e approfondisce un tema già trattato nei suoi libri precedenti, quello del Campo appunto, come creazione tra due nella relazione. Esamina e cita l’area transizionale di Winnicott, il campo bipersonale intersoggettivo, il campo come terzo analitico di Ogden.
Nel primo capitolo mi ha catturata qualcosa che è assolutamente in linea con il mio pensiero sulla relazione con il materiale: uno straordinario passaggio sull’alchimia. Certo! anche Jung ha lavorato sull’achimia e sul parallelo tra il divenire psichico e quello alchemico, ma in questo libro i passaggi chiave sono chiari, semplici e per un arte terapeuta possono essere importanti.

L’alchimia è caratterizzata da una particolare identificazione tra l’alchimista e il materiale con cui egli opera, la trasformazione personale e quella del materiale sono strettamente interconnesse. (…) Fare l’oro non era l’interesse principale dell’alchimia, ma faceva piuttosto parte della metafora alchemica della trasformazione della personalità (…) la sua genialità sta nell’assunto che il cambiamento fa parte di un’interazione tra soggetto e oggetto nella quale sono entrambi trasformati. (Schwartz-Salant, op. cit. pag 37).

Nel processo alchemico la trasformazione avviene in un campo particolare tra la materia e l’alchimista, quello del corpo sottile, delicato equilibrio di corpo e mente, campo immaginale quanto corporeo del processo. Salant utilizza la lettura del campo come creazione tra due soggetti, realtà condivisa che assume una vita propria in quanto terza cosa nel campo

Lo spazio sembra cambiare e invece di essere i soggetti, osservando questa “terza cosa” cominciamo a sentirci dentro di essa e mossi da essa. (N.Schwartz-Salant, op. cit., pag 27, ).

Nel secondo capitolo approfondisce poi il parallelo tra alchimia e  area terza nel campo analitico investigando la natura della Prima Materia.

Nei testi alchemici il termine prima materia si riferisce alle energie e ai processi che sono fondamentali per i processi di trasformazione (…) è definita radix ipsius perchè ha in sè le proprie radici, è autonoma e non dipende da nulla. Tuttavia gli alchimisti non specificarono mai chiaramente la natura effettiva della prima materia, il misterioso punto di partenza della loro opera (…)


L ‘aspetto essenziale della prima materia (è) il risveglio dell’amore nel mezzo di un caos sconcertante, esperito come un processo in cui gli elementi esistenti si dissolvono mentre danno vita ad un nuovo cosmo (N.Schwartz Salant, op. cit. pag81-83).

Per N.Schwartz-Salant il parallelo tra il processo alchemico e quello analitico è, naturalmente, quello che avviene in un campo in cui il ponte è la parola. Stiamo parlando di una terapia verbale, per quanto incorporata.

Per la mia esperienza di arte terapeuta il parallelo utilizza diversi canali e si esprime nel reale incontro con un materiale.
La prima parte del contatto avviene al’interno di un setting che è abitato in modo visibile dagli idiomi del terapeuta che si manifestano attraverso il materiale.
La predisposizione dell’arte terapeuta all’apprezzamento estetico e la natura del setting favoriscono la creazione di un campo estetico  a cui contribuiscono sia il paziente sia il terapeuta. Un Campo Estetico che è creato e contenuto ed insieme contiene e muove la coppia terapeutica.

Ciò che il terapeuta sente  può essere attribuito al Campo Estetico: pensate a quando percepiamo durezza, secchezza, fluidità nella relazione. Anche quando, appoggiandoci agli strumenti maturati in formazione e con l’esperienza, possiamo essere piuttosto certi delle attribuzioni di ciò che si sente o accade (qualcosa che io sento, appartiene al paziente e fa parte di…Etc.) può essere di grande aiuto attribuirlo al campo e poterlo nel campo esplorare attraverso i materiali, lasciarlo vivere anzichè saturare con un intervento verbale.

Possiamo così pensare ad una offerta di materiale come a qualcosa che andrà a creare un campo esplorativo e trasformativo. Leggere una spontanea scelta di materiale come qualità di campo.

Poi potremo pensare alle differenti estetiche, alla comparsa delle tracce dell’estetica primaria del paziente.

Ma le trasformazioni finiranno per avvenire in un’area caratterizzata da una particolare identificazione tra l’artista/paziente e il materiale con cui egli opera, in cui  la trasformazione personale e quella del materiale sono strettamente interconnesse: è il sè che si trasforma.

Come nell’achimia noi, l’achimista/paziente e il suo aiutante assisteremo alle trasformazioni del vaso alchemico che ci contiene e  a cui abbiamo dato vita.

Informazioni su ceciliamacagno

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