dimore con storia e semplici contenitori

Riparto da un commento su Marigold Hotel, di Semifonte che ringrazio.

Il punto cruciale del film Semifonte lo individua nel fatto che il giovane albergatore sta in realtà cercando di salvare la vecchia fascinosa dimora di famiglia e la sua storia…

come di realizzare il sogno di suo padre attraverso il proprio, il proprio facendosi sorreggere dalla passione paterna trasmessa, accolta e divenuta altro, simile ma diversa?

…lo individua nella bellezza dei segni di quella storia di cui la casa è portatrice, espressione vitale

non preferiamo -dice- tutti noi piuttosto che un semplice contenitore, una casa animata, carica di significato e vita? così come non dipende la bellezza dell’adulto e dell’anziano dalla vita che segna il suo volto, dalle rughe?

case e volti che i contenuti, accolti e transitati nel tempo hanno mutato nella forma, pur mantenendosi la struttura?

In prima battuta ho risposto al suo commento che sì, ero d’accordo, ma stavo trattenendo per me, ancora per un poco quella riflessione e quell’emozione  soprattutto perché condivise con chi con me assisteva alla proiezione.

…ci appassionano e commuovono vecchie case e vecchie cose, vecchie storie, vecchie raccolte di foto trovate nei mercati e di cui cerchiamo di ricostruire le storie, perché vivano e raccontino ancora un poco…

Poi piano piano ho maturato la possibilità di scriverne pensando anche alle Vecchie Signore che amo spesso a partire dalle rughe che il vivere ha impresso sui loro volti.

Sì, in qualche modo è profondamente così, ma lo è per tutti? Sicuramente così è  per me, per Semifonte e per l’amico di film e vecchie case, penso possa funzionare anche per molte persone che mi sono vicine…Ma, forse, è così per alcuni e per altri tutta la storia che traspare è cosa che spaventa e fa ritrarre, così come tutte le rughe sono segni da cui distogliere lo sguardo, segni di un decadere poco amabile? E non può esserlo, se penso che il Marigold del film è portatore di storia di famiglia, per chi quella storia l’ha vissuta male o per nulla. Compaiono, nel film, figure Altre di quella storia di famiglia: i fratelli assenti ma presentificati dalle parole della madre che in carne ed ossa ostacola l’impresa.

Si sente, si può immaginare una donna che con la casa vuole disfarsi del ruolo vissuto, chiudere con un taglio vecchi conti, come del resto fanno alcuni degli anziani ospiti dell’albergo. Casa e storia non erano i suoi. Possiamo pensare a un marito che nella bellissima dimora tratteneva fantasmi? che non poteva trasformare una eredità? a un compito penoso e trascurato, un lutto intransitabile di cui  il figlio si assume  la trasformazione con forza, grazia ed irresistibile desiderio di rinnovamento?

E quelli che non riescono? quelli e quelle bloccati nel e dal lutto incompiuto del genitore, del nonno, di…?, che vivono le case come gabbie i cui il loro spazio vitale è invaso dalla storia dell’Altro?

E, prendendo un’altra direzione, l’amore potente per le vecchie vissute dimore, non è per alcuni, una continua espressione del desiderio che una storia ci sia? una storia che non sanno trovare a causa di un vuoto traumatico, narrativo, storico, identitario?

E se poi apriamo il capitolo del bisogno quasi compulsivo di risanare vecchie case e vecchi oggetti? Piuttosto che quello di cambiare abitazione non appena una casa ha finito di essere ritrutturata?

Articolo colmo di punti interrogativi, questo. Avete voglia di rispondere?

 

Informazioni su ceciliamacagno

Art therapist, artist,
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Una risposta a dimore con storia e semplici contenitori

  1. elena ha detto:

    non è una risposta, ma sì: personalmente riconosco “il bisogno di cambiare casa non-appena…”!
    Mi sto infatti pregustando il mio terzo trasloco (in 14 anni)…

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