Kotodama cresce

La poesia giapponese (Yamato uta, ossia il waka), avendo come seme il cuore (kokoro) umano, si realizza in migliaia di foglie di parole. La gente in questo mondo, poiché vive fra molti avvenimenti e azioni, esprime ciò che sta nel cuore affidandolo alle cose che vede o sente. Si ascolti la voce dell’usignolo che canta tra i fiori o della rana che dimora nell’acqua; chi, fra tutti gli esseri viventi, non compone poesie? La poesia, senza ricorrere alla forza, muove il cielo e la terra, commuove perfino gli invisibili spiriti e divinità, armonizza anche il rapporto tra l’uomo e la donna, pacifica pure l’anima del guerriero feroce. 

Tsurayuki. In Introduzione alla storia della poesia giapponese. Di Pierantonio Zanotti

Questa prefazione è una delle parti più conosciute del Kokinshu (900 circa), la seconda antologia di poesia giapponese a noi pervenuta. Si potrebbe pensare a una evoluzione in termini di primato dell’elemento emotivo nel testo poetico. Io, almeno sono tentata. Ma: no!
In realtà, la prefazione si riferisce agli utilizzi codificati di canoni linguistici entro i quali la poesia dell’epoca si esprime, sia derivati dalla poesia cinese, sia autoctoni; è in questo autoctoni che il kotodama cresce.
Dal Kokinshu in poi, la poesia giapponese si rifà al Kotodama per uscire dall’influsso della lingua cinese, utilizzata per tutto il periodo tra il Man’Yoshu e il Kokinshu. Continua ad appoggiarsi a una codificazione tipicamente cinese delle espressioni e degli elementi naturali utilizzati (il fiore di susino, per esempio, o l’usignolo) per comporre, ma abbandona la lingua Altra per tornare a quella Madre. Certo, non più come prima. Non più – mai più -così magica.
Tradisco una volta ancora l’intento degli autori di allora, o di quello attuale che ne scrive e mi lascio andare a girovagare tra le associazioni che mi porta.
Cos’è la traccia della Lingua Madre, la traccia della magia quando non si vive più nella credenza del potere magico del pensiero, del gesto, della parola?
Un colore emotivo che le parole mantengono o assumono? anche le più utilizzate, quelle quotidiane?
Come non pensare a ciò che la parola contiene e transita quando è Viva?  La Lingua Madre  quella fatta di prosodie e ritmo, quella in cui ogni oggetto ha significato perché lo sguardo della madre accompagna quello del bambino con lo stesso stupore, vedendo l’ oggetto, sentendo il suono, l’ odore che il bambino sente come fosse la prima volta. Facendone con e per il bambino esperienza nuova, originaria e fondante.

Ecco credo che la traccia del Kotodama fuori dal registro magico sia vitalità, poesia del vivere quotidiano, quando la relazione ha funzionato sufficientemente bene, ma, se così non è stato, anche solo per i momenti in cui l’ha fatto.

cervo del periodo Nara, quello che corrisponde al Kokinshu

Tarvisio 1958. Piccina, in passeggiata con la nonna, lei baldanzosa con il suo lungo passo elastico, io sulle mie gambette corte, arrivammo fino ad una radura nei boschi.

Di là da un imprecisato confine le cerve, tutte immobile fremito. Più avanti in un primo piano vicinissimo lontanissimo due grandi maschi lottano in un ottuso scontrarsi di muscoli e nel fracasso dei palchi di corna.

Da allora non c’è momento di passaggio, di incantamento davanti al conoscere, che non sia segnato per me da una apparizione, magari fugace, dei cervi nel mio pensiero. Cervo sta per apparizione, per timor sacro, gratitudine. Sta per la voce della nonna che mi regala le parole che non conosco ancora. Sta per quella circolarità della radura che ancora divento nel corpo ogni volta. Sta per l’odore che il cielo ha in quel momento e per sempre: mentre lo guardo odora di muschio e foglie del sottobosco e ciclamini. E sta per il rumore che fa: bramiti, sbuffi, palchi di corna che sbattono e cuore che batte.

Ecco, credo che poter facilitare l’attraversamento di un momento in cui le sensazioni e le emozioni si legano, grazie ai materiali e all’immagine ad una parola, sia una funzione fondante dell’arte terapia. Semi di vitalità, nuovo radicamento di poesia necessaria. Rinascita o riparazione di una lingua dimenticata.

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