La forma del senza forma. Una nuova puntata

Sto leggendo con piacere Psicoterapia e teoria dell’attaccamento, segnalatomi da una collega e amica, Loretta Salzillo.

David J. Wallin, l’autore, integra  in modo ricco e piacevole metodo e teoria con l’esperienza, con ciò che rileva empiricamente nelle terapie, il tutto reso morbido da una grande umanità.

Quello che, soprattutto, mi spinge a scriverne è  una parte precisa, dedicata alla pienezza della consapevolezza mentale in cui ritrovo tutta la mia ricerca sullo spazio sicuro,  su quello che ho chiamato spesso Luogo delle Origini (nei post e negli articoli lunghi) e , in ultimo Forma del senza Forma dove possiamo coincidere con l’esperienza di un Sé che non è unitario, ma molteplice e fluido; un luogo in cui possiamo  vivere l’esperienza del fluire, del corripondere al processo, stare senza paura dentro e davanti alla mutevolezza e alla molteplicità del Sé. Un luogo dove scopriamo che al centro nucleare del Sè non c’è per nulla il Sé ma piuttosto un flusso continuo di esperienza consapevole (Wallin, 269).

Sto pensando alla molteplicità dei sè a ciascuno dei quali corrisponde un diverso insieme di sentimenti, memorie, atteggiamenti, impulsi; all’illusione adattiva di un sè unitario (Bromberg, 1998); un sè fluido, anziche fisso.

Walin riesce con profondo garbo e precisione a differenziare la mentalizzazione dalla pienezza della consapevolezza mentale e a trovare parole appropriate per raccontarne.

Proprio come il Sé riflessivo rende possibile pensare il sentire e sentire il pensare, il Sé capace di pienezza della consapevolezza mentale, può consentire ai nostri sentimenti di essere informati dai nostri pensieri e ai nostri pensieri di essere informati dal nostro sentire.

Tuttavia la pienezza della consapevolezza mentale offre qualcosa che la mentalizzazione non offre. Perchè il Sé capace di pienezza della consapevolezza mentale è consapevole del Sé riflessivo e consapevole anche che   riflettere sull’esperienza è cosa del tutto diversa dall’essere pienamente presente nell’esperienza.

Diventando ripetutamente consapevoli della consapevolezza, noi spostiamo il luogo della soggettività dalle rappresentazioni del Sé alla consapevolezza stessa, piuttosto che con mutevoli stati del sè di cui diventare consapevoli. Più fortemente ci sentiamo identificati cone la consapevolezza, più grande diventa la nostra sensazione di libertà interna e di sicurezza. Perchè se la base sicura originaria dipendeva dalla certezza sulla disponibilità di un altro protettivo, la base sicura internalizzata della pienezza della consapevolezza mentale, riposa, in parte sulla sensazione che non ci sia alcun bisogno di protezione…

In questo modo le esperienze del Sè capace di pienezza della consapevolezza mentale hanno la potenzialità non solo di rafforzare l’osservatore interno, ma anche di accedere a un profondo e forse inviolabile senso di chi siamo al senso di noi stessi ( Wallin, 2009).

Dai capitoli dedicati a questa esplorazione emerge in modo chiaro come questo luogo sicuro abbia radici ( e questo lo sappiamo) nella qualità della relazione primaria; possa essere ricontattato o contattato per la prima volta nella relazione terapeutica;  la qualità che troviamo nell’incontrarlo ha la tessitura dell’ambiente creato da una madre capace di accettare, sintonizzarsi, contenere l’assenza di forma del bambino, in modo tale da transitarlo, anche, dalla necessità di forma, al non avere paura di non averne, al non doverne avere per essere.

Siegel e altri hanno identificato con la meditazione l’esercizio che consente, come dire di trovare e riconoscere il muscolo che apre e chiude l’accesso a questo stato. Wallin racconta di averlo raggiunto mentre immerso in una riflessione sula natura del sé riflessivo e esplora la natura meditativa dello stato del terapeuta in seduta ( quel senza memoria e senza desiderio?) e della terapia.

Io seguo un poco questa pista; penso  all’attenzione e al rimanere presenti nel corpo al processo nelle sedute di arte terapia. Penso con gratitudine a quella meditazione in movimento che è il Movimento Autentico.

Penso anche a uno stato particolare che sperimento nel creare e che pur essendo di totale immersione, non mi sembra  a concentrazione corporea, perchè la consapevolezza non viene mai meno e sento di essere pienamente presente nell’esperienza; credo sia vicinissimo a qualcosa come pensiero incarnato, quei pensieri di cui parla Marion Milner e di cui sapeva quanto non sarebbero stati riconosciuti da molti come tali.

E penso a come mi sento più sola quando le vicissitudini del reale mi fanno uscire da questo stato; ma più fiduciosa di poterlo ritrovare e con lui un poco di benevolenza verso me stessa e l’Altro.

 

 

 

Informazioni su ceciliamacagno

Art therapist, artist,
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