Lo scheletro dell’anima

Contenitore e contenuto, terza parte? Non ancora: stanotte ho sognato materiali e stati del corpo che si raccontavano, affinavano. Contenuti che si trasformavano in contenitori, consistenze particolari. Era tutto così chiaro. Al risveglio è rimasta una traccia. Per proseguire sto aspettando altri sogni.

Uso i sogni per chiarire i pensieri,  parlo con loro anche dei seminari, degli articoli? Sì, lo faccio sempre.

 Si era ormai convinto che anche l’anima avesse uno scheletro e questo scheletro fossero i sogni…

Sto citando da un libro che leggerei senza fermarmi e, al tempo stesso, temo di finire troppo in fretta: patirei il rimanerne orfana.

Lo gusto la sera, a piccole porzioni: sono stanca, la sera, il sonno arriva in fretta. Si intitola Dizionario dei Chazari (Milorad Pavic, Garzanti, 1988). Come potete vedere dalla data di pubblicazione è vecchio, difficile da trovare e comunque solo online.

Non sto a raccontarvi la complessa architettura del libro (un poco Borgesiano, ma con una qualità narrativa legata al fatto che l’autore è serbo; posso dirvi però che è strutturato come un dizionario in cui i nomi dei personaggi e gli eventi si intrecciano in storie infinite).

Il libro mi ha generato un gran desiderio di trascrivere qui due brani tratti da piccoli racconti incastonati come pietre preziose nella tessitura del racconto più grande: sono come sogni, ma più vicini a temi che mi sono cari (se mi leggete da un poco li riconoscerete) di qualunque teoria.

Preghiera della Principessa Ateh

Ho imparato a memoria la vita di mia madre e recito quella vita, come se fosse un ruolo, tutte le mattine per un’ora, davanti agli specchi. Giorno dopo giorno, per anni. Lo faccio indossando i vestiti di mia madre, con il suo ventaglio e pettinata come lei, con i capelli intrecciati come un berretto di lana. recito la sua parte anche davanti agli altri, perfino nel letto del mio amato. In quei momenti io recito talmente bene la sua parte che la mia passione scompare e resta soltanto la sua. In altre parole, lei mi ha rubato in anticipo tutte le carezze d’amore. Ma io non posso condannarla, perché so che anche lei a suo tempo fu derubata da sua madre. Se qualcuno adesso mi domandasse a che cosa serve tutta questa finzione, risponderei: cerco di partorire me stessa un’altra volta, ma in maniera migliore…(1)

Sevast, Nikon (XVII secolo)

(…) All’inizio della sua carriera di pittore lui non era particolarmente bravo. Dipingeva con la mano sinistra, i suoi affreschi erano abbastanza belli, ma come se non potessero in alcun modo imprimersi nella memoria; come se sparissero dal muro quando nessuno li guardava. Una mattina Sevast se ne stava disperato davanti ai suoi colori quando sentì un silenzio diverso approdare al suo tacere e spezzarlo. C’era qualcun altro che stava lì e taceva. Ma non nella lingua di Nikon.

se non avessi dovuto scegliere, avrei trascritto il libro, pari pari, un poco ogni giorno…

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8 risposte a Lo scheletro dell’anima

  1. Maria Marri ha detto:

    Mi piace Questo cercare dentro di me le stanze che non ho abitato. La stanza della giocondità , la stanza della leggerezza e tante altre simili. Non sono così zen riguardo a mia madre che me le ha rubate. Diciamo che le ha pesantemente ipotecate e quindi non sono mie in realtà . Sono impegnata a pagare tutte le rate del mutuo e liberarle dall ipoteca 🙂

    • ceciliamacagno ha detto:

      Cara Maria, credo che non essere Zen sia utile e legato alla ricerca di una qualità assertiva e di recupero delle risorse, diversa tanto dalla rabbia, quanto dalla depressione. Qualità che permette di cercare, trovare e abitare le stanze che incontriamo.

  2. gianna scoino ha detto:

    grazie Cecilia dei tuoi scritti e dei tuoi consigli preziosi di lettura

  3. aleksandra ha detto:

    “cerco di partorire me stessa un’altra volta, ma in maniera migliore…”
    grazie per questi scritti che si aprono dentro e creano nuovi percorsi da seguire..

  4. elena ha detto:

    ma essere come la madre non è il definitivo modo per essere in relazione con la madre (e quindi, per essere) … credo che ogni figlia abbia affrontato e risolto a proprio modo questo enigma… ripartorirsi, potrebbe essere: se solo non mi lasciasse il dubbio di una irrealistica autopoiesi…

  5. ceciliamacagno ha detto:

    Ciao Alessandra e Elena! Ho scelto quella frase del libro perchè racconta dal mio punto di vista molto bene il travaglio che a per tempi diversi interessa le donne. Perché come dici tu, Elena fa parte del processo di ogni figlia per individuarsi. Risolvendosi o meno. Ne ho scritto in altri arty
    icoli in modo più psicodinamico e meno sognante.
    Ripartorisi in qualche modo è ciò che accade, quando il processo (che secondo me non è mai concluso, facendo parte della ricerca di sé) funziona.
    L’autopoiesi pone una domanda ulteriore. Penso a un vissuto autopoietico che si manifesta di volta in volta nella scoperta della propria irriducibile unicità. Autopoietico nell’assoggettarsi alla fatica di riscoprire le proprie tracce e dotazioni (talenti, doni e genetica) mantenendo come necessaria la presenza di quell’Altra che ci ha messo al mondo e con noi si è relazionata. Ma il divenire, quello è di chi cerca di percorrerlo, il cammino.
    La riflessione ulteriore sul fatto che l’autopoiesi sia irrealistica porta alla creaturalità e alla trascendenza. Livelli dell’esistere che i singoli possono accettare o meno, percepire come esistenti e possibili oppure no.
    grazie per i commenti: profondi spunti per un successivo articolo e magari, dibattito…

    • elena ha detto:

      ma che dibattito appassionante, da aprire subito! Sì hai colto nel segno cara Cecilia, ci sono entrambe le cose, per me: la scoperta continua della propria irriducibile unicità con la scelta, ogni volta, di aderirvi; ma anche la creaturalità, che sento come l’irriducibilità del “venire da”, con tutto quel che si apre successivamente quando ci si affaccia alla trascendenza… e mi inchino, con gratitudine.

  6. Pingback: Integrazioni tra luoghi diversi | cecilia macagno

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