Immagini, malgrado tutto

Articolo per me difficile. Scritto, riscritto. Non è ancora ciò che sento dovrebbe essere, perché so solo in parte ciò che mi attraversa. Ho pensato che per facilitarmi e facilitare metterò dei titoli a paragrafi che si legano ancora in modo faticoso.

Le vittime di Parigi: immagini, emozioni, vicinanza, (giusta?) distanza

Sabato e ieri e oggi su Facebook piovevano le fotografie delle vittime degli attentati di Parigi. Primi piani, volti giovani, volti sorridenti. Giovani adulti di razze diverse, non solo parigini, non solo europei.
Nel momento in cui ho saputo, ascoltando il giornale radio sabato mattina, ho provato orrore, rabbia. Il pensiero era andato, veloce, su una guerra in atto. Vicina, ma una guerra. Quella che tutti sappiamo esserci, quella che è costantemente segnalata da tempo, da tempo in atto noi nonostante.
Vedere i volti delle vittime ha cambiato qualcosa. Attraverso i nomi e soprattutto attraverso le immagini le vittime diventavano persone. Il cambiamento dentro di me, però non era solo quello. Quei visi, erano quelli dei mie figli: le stesse speranze, le stesse promesse. Il medesimo sguardo diretto e vivido.
Il rimbombare del sangue spinto veloce dalla paura. Lo stomaco che si chiude.
Subito dopo o al tempo stesso, tanto tutto è andato velocemente di pari passo, la comprensione ha assunto altri connotati: siamo in guerra, ho pensato. Ecco, la guerra ci riguarda tutti.

Le immagini avevano aperto la porta dell’emozione. Ma non mi piacevo, non ero soddisfatta di come mi sentivo, di quello che sentivo. Non lo ero perché solo attraverso quelle immagini ero stata raggiunta per davvero, e solo attraverso la somiglianza che mi aveva per un attimo fatto coincidere. Solo perché assomigliavano ai miei figli. A me. A noi. E perché quei volti erano ancora vivi, non disumanizzati dalla distruzione.

Ero, dunque, grata al potere delle immagini da una parte, turbata da un’altra.

Ho faticato per ridare alle vittime quello che spettava loro: l’unicità di ogni presenza viva, persa per sempre. No, non erano i miei figli, ma singoli, insostituibili esseri umani, cittadini del mondo. Un mondo, questo sì, il loro, il nostro infinitamente più povero ora che non esistevano più. C’era dolore per tutto ciò che era accaduto. Non erano i miei figli, ma la guerra quella rimaneva vicina, vera. Mia. Nostra. Non loro. C’era una dolente vicinanza che mi consentiva di non confondermi e insieme di non allontanarmi.
Sembra banale, vero? Sembra banale perché con la mente lo sappiamo già che la guerra ci riguarda, che tutte le guerre ci riguardano.

Avevo dovuto fare un lavoro per comprendere, questo lavoro riguarda la distanza.

Quante sono le guerre, quanti i visi e le immagini che mi lasciano lontana? Quante volte in questo mondo globale che ci inonda di immagini ho potuto voltare la testa, chiudere gli occhi perché Tutto era in qualche modo lontano? Sono solo un passo più vicina a ciò che sto cercando di pensare.

Immagini malgrado tutto

La scorsa settimana leggevo Immagini malgrado tutto (Georges Didi-Huberman, Cortina, 2005).

Didi-Huberman offre una lettura di giusta distanza a quattro fotogrammi scattati nel campo di sterminio di Birkenau. Sono unici. Scattati clandestinamente da un membro di un Sonderkommando con l’aiuto di un operatore esterno votato, a costo della vita, alla comunicazione di quanto stava accadendo. Lo strappo di rullino trasportato fuori da Birkenau ripiegato in un tubetto di dentifricio. Non esistono altre immagini come questa. I nazisti distrussero tutti gli archivi fotografici; ciò che noi conosciamo dei campi di concentramento e sterminio è solo una documentazione posteriore alla liberazione.
Nonostante la documentazione posteriore, nonostante quei quattro fotogrammi esiste il negazionismo.
Oppure esiste un sentimento di totale, assoluta distruzione che ci annichilisce.
Didi-Huberman propone e ripropone i quattro fotogrammi, ci aiuta ad osservarli, a leggere l’immagine, calibrandone per noi la distanza, perché quell’unico documento di vita e volontà di vita e comunicazione dall’interno della morte ci raggiunga. Perché la realtà di quelle esistenze destinate a sterminare i propri simili, prima di essere a propria volta sterminate, potesse finalmente avere immagine, sfuggendo così all’archiviazione non solo dei nazisti ma anche nostra. Loro, le vittime volevano che si conoscesse quella verità dall’interno del campo e sapendola indicibile e incredibile si erano affidate all’immagine.
Loro sapevano che il racconto non sarebbe stato sufficiente.
Una parte del mondo psicanalitico e della critica letteraria sferrò un attacco contro il primo scritto dell’autore destinato ad accompagnare una mostra sui campi di sterminio in cui i fotogrammi comparivano per la prima volta.
Queste, in sintesi, le critiche rivolte a Didi- Huberman:
niente mai, nessuna cosa mai potrà essere detta che si avvicini alla Shoah e nessuna immagine mai potrà rappresentarla; proporre immagini, le uniche immagini interne al campo, era un’opera di riduzione dall’indicibile. Era un’offesa alla memoria della distruzione totale.
Peccato che proprio quelle vittime avessero tentato l’intentabile perché noi le potessimo vedere.  Peccato che quelle immagini, le uniche scattate dall’interno della morte abbiano come valore quello di avvicinarci alle vittime, di obbligarci a osservare una quotidianità lavorativa altrimenti inimmaginabile. Peccato che se è indicibile e irrappresentabile allora non ne posso avere consapevolezza né memoria.Come avrete capito, sono d’accordo assolutamente d’accordo con Didi-Huberman.
La lezione di Didi-Huberman passa attraverso le Immagini: come possiamo guardare? Come dobbiamo guardare? Allora, come oggi le immagini di distruzione, di sterminio, agiscono su di noi costringendoci ad avvicinare l’impensabile e l’indicibile. Danno Immagine all’impensabile e all’indicibile.
L’assolutezza della distruzione ci cattura, ci lasciamo raggiungere là dove personalmente c’è una faglia di assoluto catastrofico. Coincidiamo. Poi, nell’impossibilità di stare in questo manifestarsi assoluto, ci distacchiamo. Completamente. Le terribili immagini dei morti nei campi di concentramento e sterminio fanno questo effetto. I sopravvissuti, in tutto simili ai morti fanno questo effetto. Il nodo cruciale è, lo sappiamo la disumanizzazione.
Solo i nomi, solo quella quotidianità in immagine ci raggiunge per davvero. Lì non possiamo fare finta: siamo anche noi, proprio noi.

La giusta distanza

Ma non basta lasciarsi raggiungere. La lezione di Didi-Huberman passa attraverso la differenza che sta tra l’osservare confondendosi, distaccandosi e distanziandosi.

Chiunque sia arte terapeuta e mi sta leggendo conosce bene questa distinzione e sa anche quanto sia difficile, soprattutto nel momento in cui le cose accadono

Se io osservo confondendomi, se mi identifico con la vittima porto via, rubo l’ultima identità possibile a chi ha già tutto perduto, anche il nome.
Se io osservo distaccandomi, entro in quella lontananza del cuore che mi rende uguale a chi colpisce. Il fatto non esiste. Sono scivolata nella banalità del male.
Se io osservo distanziandomi, ma continuando ad abitare all’interno del cuore, ecco, allora forse posso dirmi umano, perché tengo intera una realtà, prima divisa. La tengo intera sopportando il dolore che mi genera. La tengo intera rimanendo ferma e presente. Senza anestesia, ma nemmeno ricorrendo all’identificazione che nega la reale presenza dell’Altro.
Ecco. I volti sorridenti che arrivano uno dopo l’altro sui nostri schermi, posso provare a osservarli così.

Nome di Dio: Birkenau

In questi giorni, volto dopo volto, ho pensato e ripensato ai  Trentatrè Nomi di Dio. il poetico e profondo elenco che M. Yourcenar ha composto e su cui ho scritto qualche tempo fa.

Vi rinnovo qualche passaggio

1. Mare al mattino
2. Rumore dalla
sorgente nelle
rocce sulle pareti di
pietra
3. Vento di mare
a notte
su un’isola
4. Ape

 

In questi giorni ho pensato e ripensato ai Nomi e allo scambio tra me e Elena R., alla possibilità di trovare, creare a nostra volta un elenco di nomi di Dio.
In Siamo lo spazio tra il pesce e la luna , finivo per scrivere:
Non sono sicura di avere espresso bene quello che sento, perchè è cosa difficile da tradurre e rifiuta il pensiero. Accetta, direi, solamente la poesia. Provando nuovamente riesco a  dire che per me il nome di Dio è l’incontro della Realtà con il cuore, senza che la mente ci inganni. Un solo, semplice, attimo di pura presenza.

Ecco, ma se il nome di Dio è l’incontro della realtà con il cuore senza che la mente venga meno o ci inganni, se è l’incontro attraverso l’ordine del cuore, allora…Se posso guardare immagini terribili e comprendere, se senza quelle immagini terribili non capisco…

Nella mente era comparso un Nome possibile, un Nome Terribile e lo sentivo improponibile. Lo sento ancora un poco come tale. Mi fa paura: la paura di essere fraintesa e quella, se fraintesa, di dare scandalo. Di dare scandalo nel senso più intimo e profondo di sconvolgere, cor-rompere uno stato di innocenza. Eppure per me, lo scandalo è altro. Sta da un’altra parte.
Scandalo è quando non sappiamo, pur potendo sapere. Scandalosa è la necessità che abbiamo di foto di vittime che ci assomiglino per capire.
Scandalo è quando ci identifichiamo con le vittime dipingendo la loro storia con le nostre piccole storie personali. Abusando dell’immagine che ci arriva.
Scandalo è anche la facilità con cui ci sentiamo lontani dalle vittime, se non eventualmente per dimenticarle velocemente. Sono neri, gialli, andini, sono lontani e non ci assomigliano o poco. Sono lontani. Possiamo scacciare la mosca, possiamo applicare la lontananza del cuore.
Scandalo è la lontananza che mettiamo in atto per sentirci innocenti di ciò che accade, mentre siamo complici attraverso il nostro non voler sapere.
Scandalo è quanto, nell’eccesso e nel difetto di distanza, ci rende complici dell’oppressore.

Incontrare nel cuore vuole dire incontrare tutto, sorretti da qualcosa o qualcuno che mi piace o mi è facile chiamare Dio; incontrare senza nascondermi. E allora, se quando si comunica realmente è di Dio che si parla, se ci sono incontri epifanici con la realtà indicibile, anche Birkenau è un Nome di Dio…

Nome di Dio: Birkenau
Nome di Dio: Laogai
Nome di Dio: Ogni sterminio dimenticato

…attraverso il quale l’umano e il disumano compaiono accoppiati, stretti per mano e noi dobbiamo scegliere da che parte stare senza illuderci di averlo già fatto.

 

About ceciliamacagno

Art therapist, artist,
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