Immagini, le mie.

Ho scelto qualche immagine del mio ultimo libro d’artista…Mi piace lavorare su quaderni e album, ma poi fotografare è difficile. Perdonate la qualità; è un lavoro a tecniche miste e nonostante l’età delle fotografie usate per le immagini non riguarda il passato, se non per ciò che incontra l’oggi e  l’esistenziale.

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copia fotografica su garza- c’era d’api – grafie su acetato

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collage e colore su stampa fotogragica

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collage e colore su stampa fotografica

 

 

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lavoro acrilico e frammenti di carta e stoffa in busta di cipollino

 

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carbone su carta lavorata ad acrilico, garza, c’era d’api. strappo di vecchia lettera

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Carbone su carte lavorata. Tinta acrilica su cipollino

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collage stratificato

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collage stratificato

 

 

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L’mmagine appena sopra non ne vuole sapere di ricevere una didascalia.

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collage

 

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acrilico su gesso

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I diversi lutti dell’esistenza

Arrivano messaggi. Continuano ad arrivare. C’è chi mi invia articoli in cui l’autore scrive che è ineluttabile che ci sentiamo colpiti dal lutto per quei bei volti sorridenti: è naturale che soffriamo per la perdita di chi ci è più vicino e simile.  Non dobbiamo sentirci in colpa per questo.

Di questi articoli metto il link unicamente per Le misure del dolore di Adriano Sofri, per equilibrio, perchè riesce a portare chi legge nelle infinite dimensioni della perdita, anziché creare una secca polarità; per la capacità di non tralasciare mai nessuna distorsione umana, e nemmeno l’umana gentilezza; e perché negli eventi gravi e meno gravi degli ultimi vent’anni sarei stata infinitamente più povera senza ciò che è capace di trasmettere scrivendo. Sofri non  trasmette solo contenuti, trasmette presenza, scrive dall’interno  di sè, un interno che diventa pensiero e scrittura senza perdere contatto con la radice.

Comunque dentro di me non posso fare a meno di continuare a pensare che ciò che è naturale (soffrire il lutto del mio più simile) cessa di essere giusto quando diventa: non soffro o soffro mooooolto meno per ciò che mi è lontano. Per chi mi è dissimile. Non lo leggo, non lo vedo. Anche perchè nel rispettare l’unicità della singola perdita, ne devo accettare l’Alterità. E se mi accorgo che mi succede devo allertarmi almeno un pochino.

Ecco, comunque nel leggere alcuni articoli, mi è diventata necessaria la distinzione tra naturale e giusto. Temo che se confondiamo naturale giusto con naturale possano accadere cose terribili. Come è già successo.

Se non stiamo attenti perdiamo di vista lezioni importanti su quanto sia piccolo il mondo (sto pensando a Hetty Hillesum per esempio), le perdiamo proprio quando abbiamo sotto gli occhi un mondo globale.

Non ho un osservatorio sui giovani italiani così vasto da sapere cosa pensino di ciò che accade (ne so solo qualcosa, ne incontro in occasioni diverse e con diversi ruoli).
Tra quelli che mi capita di frequenate non è stata unica una giovane voce indignata perchè ci si accorgeva solo ora che c’è una guerra, la guerra in atto. O meglio, perchè diveniva di colpo così pubblica, così evidente.

E un’altra giovane persona particolarmente delicata nell’osservare la relazione tra se stessa e ciò che è accaduto era colpita dall’età: la sua età la loro età. Ma non stava parlando solo delle vittime e su questo si interrogava.

Una bella direzione a cui volgere il pensiero.

 

 

 

 

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Immagini, malgrado tutto

Articolo per me difficile. Scritto, riscritto. Non è ancora ciò che sento dovrebbe essere, perché so solo in parte ciò che mi attraversa. Ho pensato che per facilitarmi e facilitare metterò dei titoli a paragrafi che si legano ancora in modo faticoso.

Le vittime di Parigi: immagini, emozioni, vicinanza, (giusta?) distanza

Sabato e ieri e oggi su Facebook piovevano le fotografie delle vittime degli attentati di Parigi. Primi piani, volti giovani, volti sorridenti. Giovani adulti di razze diverse, non solo parigini, non solo europei.
Nel momento in cui ho saputo, ascoltando il giornale radio sabato mattina, ho provato orrore, rabbia. Il pensiero era andato, veloce, su una guerra in atto. Vicina, ma una guerra. Quella che tutti sappiamo esserci, quella che è costantemente segnalata da tempo, da tempo in atto noi nonostante.
Vedere i volti delle vittime ha cambiato qualcosa. Attraverso i nomi e soprattutto attraverso le immagini le vittime diventavano persone. Il cambiamento dentro di me, però non era solo quello. Quei visi, erano quelli dei mie figli: le stesse speranze, le stesse promesse. Il medesimo sguardo diretto e vivido.
Il rimbombare del sangue spinto veloce dalla paura. Lo stomaco che si chiude.
Subito dopo o al tempo stesso, tanto tutto è andato velocemente di pari passo, la comprensione ha assunto altri connotati: siamo in guerra, ho pensato. Ecco, la guerra ci riguarda tutti.

Le immagini avevano aperto la porta dell’emozione. Ma non mi piacevo, non ero soddisfatta di come mi sentivo, di quello che sentivo. Non lo ero perché solo attraverso quelle immagini ero stata raggiunta per davvero, e solo attraverso la somiglianza che mi aveva per un attimo fatto coincidere. Solo perché assomigliavano ai miei figli. A me. A noi. E perché quei volti erano ancora vivi, non disumanizzati dalla distruzione.

Ero, dunque, grata al potere delle immagini da una parte, turbata da un’altra.

Ho faticato per ridare alle vittime quello che spettava loro: l’unicità di ogni presenza viva, persa per sempre. No, non erano i miei figli, ma singoli, insostituibili esseri umani, cittadini del mondo. Un mondo, questo sì, il loro, il nostro infinitamente più povero ora che non esistevano più. C’era dolore per tutto ciò che era accaduto. Non erano i miei figli, ma la guerra quella rimaneva vicina, vera. Mia. Nostra. Non loro. C’era una dolente vicinanza che mi consentiva di non confondermi e insieme di non allontanarmi.
Sembra banale, vero? Sembra banale perché con la mente lo sappiamo già che la guerra ci riguarda, che tutte le guerre ci riguardano.

Avevo dovuto fare un lavoro per comprendere, questo lavoro riguarda la distanza.

Quante sono le guerre, quanti i visi e le immagini che mi lasciano lontana? Quante volte in questo mondo globale che ci inonda di immagini ho potuto voltare la testa, chiudere gli occhi perché Tutto era in qualche modo lontano? Sono solo un passo più vicina a ciò che sto cercando di pensare.

Immagini malgrado tutto

La scorsa settimana leggevo Immagini malgrado tutto (Georges Didi-Huberman, Cortina, 2005).

Didi-Huberman offre una lettura di giusta distanza a quattro fotogrammi scattati nel campo di sterminio di Birkenau. Sono unici. Scattati clandestinamente da un membro di un Sonderkommando con l’aiuto di un operatore esterno votato, a costo della vita, alla comunicazione di quanto stava accadendo. Lo strappo di rullino trasportato fuori da Birkenau ripiegato in un tubetto di dentifricio. Non esistono altre immagini come questa. I nazisti distrussero tutti gli archivi fotografici; ciò che noi conosciamo dei campi di concentramento e sterminio è solo una documentazione posteriore alla liberazione.
Nonostante la documentazione posteriore, nonostante quei quattro fotogrammi esiste il negazionismo.
Oppure esiste un sentimento di totale, assoluta distruzione che ci annichilisce.
Didi-Huberman propone e ripropone i quattro fotogrammi, ci aiuta ad osservarli, a leggere l’immagine, calibrandone per noi la distanza, perché quell’unico documento di vita e volontà di vita e comunicazione dall’interno della morte ci raggiunga. Perché la realtà di quelle esistenze destinate a sterminare i propri simili, prima di essere a propria volta sterminate, potesse finalmente avere immagine, sfuggendo così all’archiviazione non solo dei nazisti ma anche nostra. Loro, le vittime volevano che si conoscesse quella verità dall’interno del campo e sapendola indicibile e incredibile si erano affidate all’immagine.
Loro sapevano che il racconto non sarebbe stato sufficiente.
Una parte del mondo psicanalitico e della critica letteraria sferrò un attacco contro il primo scritto dell’autore destinato ad accompagnare una mostra sui campi di sterminio in cui i fotogrammi comparivano per la prima volta.
Queste, in sintesi, le critiche rivolte a Didi- Huberman:
niente mai, nessuna cosa mai potrà essere detta che si avvicini alla Shoah e nessuna immagine mai potrà rappresentarla; proporre immagini, le uniche immagini interne al campo, era un’opera di riduzione dall’indicibile. Era un’offesa alla memoria della distruzione totale.
Peccato che proprio quelle vittime avessero tentato l’intentabile perché noi le potessimo vedere.  Peccato che quelle immagini, le uniche scattate dall’interno della morte abbiano come valore quello di avvicinarci alle vittime, di obbligarci a osservare una quotidianità lavorativa altrimenti inimmaginabile. Peccato che se è indicibile e irrappresentabile allora non ne posso avere consapevolezza né memoria.Come avrete capito, sono d’accordo assolutamente d’accordo con Didi-Huberman.
La lezione di Didi-Huberman passa attraverso le Immagini: come possiamo guardare? Come dobbiamo guardare? Allora, come oggi le immagini di distruzione, di sterminio, agiscono su di noi costringendoci ad avvicinare l’impensabile e l’indicibile. Danno Immagine all’impensabile e all’indicibile.
L’assolutezza della distruzione ci cattura, ci lasciamo raggiungere là dove personalmente c’è una faglia di assoluto catastrofico. Coincidiamo. Poi, nell’impossibilità di stare in questo manifestarsi assoluto, ci distacchiamo. Completamente. Le terribili immagini dei morti nei campi di concentramento e sterminio fanno questo effetto. I sopravvissuti, in tutto simili ai morti fanno questo effetto. Il nodo cruciale è, lo sappiamo la disumanizzazione.
Solo i nomi, solo quella quotidianità in immagine ci raggiunge per davvero. Lì non possiamo fare finta: siamo anche noi, proprio noi.

La giusta distanza

Ma non basta lasciarsi raggiungere. La lezione di Didi-Huberman passa attraverso la differenza che sta tra l’osservare confondendosi, distaccandosi e distanziandosi.

Chiunque sia arte terapeuta e mi sta leggendo conosce bene questa distinzione e sa anche quanto sia difficile, soprattutto nel momento in cui le cose accadono

Se io osservo confondendomi, se mi identifico con la vittima porto via, rubo l’ultima identità possibile a chi ha già tutto perduto, anche il nome.
Se io osservo distaccandomi, entro in quella lontananza del cuore che mi rende uguale a chi colpisce. Il fatto non esiste. Sono scivolata nella banalità del male.
Se io osservo distanziandomi, ma continuando ad abitare all’interno del cuore, ecco, allora forse posso dirmi umano, perché tengo intera una realtà, prima divisa. La tengo intera sopportando il dolore che mi genera. La tengo intera rimanendo ferma e presente. Senza anestesia, ma nemmeno ricorrendo all’identificazione che nega la reale presenza dell’Altro.
Ecco. I volti sorridenti che arrivano uno dopo l’altro sui nostri schermi, posso provare a osservarli così.

Nome di Dio: Birkenau

In questi giorni, volto dopo volto, ho pensato e ripensato ai  Trentatrè Nomi di Dio. il poetico e profondo elenco che M. Yourcenar ha composto e su cui ho scritto qualche tempo fa.

Vi rinnovo qualche passaggio

1. Mare al mattino
2. Rumore dalla
sorgente nelle
rocce sulle pareti di
pietra
3. Vento di mare
a notte
su un’isola
4. Ape

 

In questi giorni ho pensato e ripensato ai Nomi e allo scambio tra me e Elena R., alla possibilità di trovare, creare a nostra volta un elenco di nomi di Dio.
In Siamo lo spazio tra il pesce e la luna , finivo per scrivere:
Non sono sicura di avere espresso bene quello che sento, perchè è cosa difficile da tradurre e rifiuta il pensiero. Accetta, direi, solamente la poesia. Provando nuovamente riesco a  dire che per me il nome di Dio è l’incontro della Realtà con il cuore, senza che la mente ci inganni. Un solo, semplice, attimo di pura presenza.

Ecco, ma se il nome di Dio è l’incontro della realtà con il cuore senza che la mente venga meno o ci inganni, se è l’incontro attraverso l’ordine del cuore, allora…Se posso guardare immagini terribili e comprendere, se senza quelle immagini terribili non capisco…

Nella mente era comparso un Nome possibile, un Nome Terribile e lo sentivo improponibile. Lo sento ancora un poco come tale. Mi fa paura: la paura di essere fraintesa e quella, se fraintesa, di dare scandalo. Di dare scandalo nel senso più intimo e profondo di sconvolgere, cor-rompere uno stato di innocenza. Eppure per me, lo scandalo è altro. Sta da un’altra parte.
Scandalo è quando non sappiamo, pur potendo sapere. Scandalosa è la necessità che abbiamo di foto di vittime che ci assomiglino per capire.
Scandalo è quando ci identifichiamo con le vittime dipingendo la loro storia con le nostre piccole storie personali. Abusando dell’immagine che ci arriva.
Scandalo è anche la facilità con cui ci sentiamo lontani dalle vittime, se non eventualmente per dimenticarle velocemente. Sono neri, gialli, andini, sono lontani e non ci assomigliano o poco. Sono lontani. Possiamo scacciare la mosca, possiamo applicare la lontananza del cuore.
Scandalo è la lontananza che mettiamo in atto per sentirci innocenti di ciò che accade, mentre siamo complici attraverso il nostro non voler sapere.
Scandalo è quanto, nell’eccesso e nel difetto di distanza, ci rende complici dell’oppressore.

Incontrare nel cuore vuole dire incontrare tutto, sorretti da qualcosa o qualcuno che mi piace o mi è facile chiamare Dio; incontrare senza nascondermi. E allora, se quando si comunica realmente è di Dio che si parla, se ci sono incontri epifanici con la realtà indicibile, anche Birkenau è un Nome di Dio…

Nome di Dio: Birkenau
Nome di Dio: Laogai
Nome di Dio: Ogni sterminio dimenticato

…attraverso il quale l’umano e il disumano compaiono accoppiati, stretti per mano e noi dobbiamo scegliere da che parte stare senza illuderci di averlo già fatto.

 

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Siamo lo spazio tra il pesce e la luna. II

chagall

Se Tu esisti, rendimi azzurro, focoso, lunare, nascondimi nell’altare con la Torah, fa qualcosa, Dio, in nome di noi, di me. M. Chagall. La mia vita – autobiografia

Nei tempi  che dedico al mio diletto e nutrimento, abito ancora questo spazio. Non mi sono spostata. Mi sono chiesta se farvene partecipi nuovamente o rimanere nascosta anche per paura di annoiare…

E poi mi è sembrata sciocca la paura, e falso un depistaggio che proponesse altro dal luogo dove per ora risiedo.

Lo avrete capito, non intendo praticare l’immane fatica di scrivere per riempire la pagina del giorno. scrivo da dove sono. Se il luogo che abito è particolarmente segreto, ha necessità di segretezza e gestazione, non scrivo. Se il luogo che abito è frettolosamente lavorativamente indaffarato, non scrivo. In entrambi i casi, non scrivo fino a che non matura qualcosa che possa esser scritto.

Per questo ecco una immagine di Chagall che di spazi tra il pesce e la luna ce ne ha regalati molti e  pochi versi di Rumi.

Quando i nomi non esistevano

Nel giorno in cui i nomi non esistevano
nè segno alcuno di cosa nominabile, Io ero.
Le cose e i loro nomi provennero da me, ma quel giorno era prima dell’io e del noi.
Un ricciolo dei capelli d’amore venne messo come segno
eppure quel ricciolo non era (…)
Le briglie della mia ricerca mi condusero alla Kaaba ma l’amore non era la meta di giovani e vecchi.
Interrogai Ibn Sinna nella sua estasi,
ma l’amore non apparteneva al suo dominio.
Ero alla “distanza di due archi”,
ma niente vidi in quella corte eccelsa.
Rivolsi l’attenzione al mio cuore
e quello era il luogo, non altri.
Salvo Shamsi Tabriz, quel puro spirito,
nessuno era ebbro, sconvolto e innamorato.

Note:

La Kaʿba (in arabo كعبة), talvolta approssimativamente scritta Kaaba, ossia scatola, è una costruzione che si trova nella Masjid al-Haram, al centro della Mecca, Arabia Saudita, e costituisce il luogo più sacro dell’Islam.

Ibn Sinā, alias Abū ʿAlī al-Ḥusayn ibn ʿAbd Allāh ibn Sīnā o Pur-Sina più noto in occidente come Avicenna (persiano: ابن سينا‎‎; Balkh, 980Hamadan, giugno 1037), è stato un medico, filosofo, matematico e fisico persiano.

Essere alla distanza di due archi, se ho capito in modo appena sufficiente, corrisponde al più alto grado di vicinanza, all’unione con Dio

Shamsi Tabriz, mistico, fu il maestro spirituale di Rumi ( un poco riduttivo, ma esatto).

 

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Siamo lo spazio tra il pesce e la luna (Rumi)

Buongiorno a tutti! Sì, ci sono ancora, un poco distolta dalla nascita de La Casa di Baba Jaga, ma ci sono ancora.

Pubblico per intero un commento di Elena, al post I trentatrè nomi di Dio ( Marguerite Yourcenar).

Elena scrive: Grazie Cecilia! Mi sono accorta di conoscere quasi tutti questi nomi (i cammelli no, non sono nella mia esperienza) perché nel leggere ciascuno mi nasce un sì immediato di riconoscimento (in particolare il numero 11 sì si assolutamente lo riconosco). Se non fosse troppo ardito, mi cimenterei in una lista personale dei nomi di Dio, mettendo sicuramente anche il tuo “fiati di nuvole” e un abbraccio, che ti mando ora.

Che bello sarebbe avere i Nomi di Dio che Elena incontra nella sua esperienza e anche I Nomi di Dio di tutti quelli così umili da potervisi abbandonare, ciascuno scrivendo a proprio modo. Ci proviamo?

Nell’attesa ringrazio Elena per questo commento e  anche per il messaggio che mi ha lasciato su Facebook:

Elena scrive: a proposito dei trentatré nomi di Dio… interessante tesi: quando si comunica realmente, è di Dio che si parla! (se ho capito giusto…)

questa la mia risposta:
Cecilia scrive: Chissà! Tengo con me il sentimento di epifanie, incontri epifanici con la Realtà a cui si cerca di dare nome. E che questo non possa essere altro che Quello di Dio. Presente nella creazione. Dio come incontro tra Creazione e Creatura.

Non sono sicura di avere espresso bene quello che sento, perchè è cosa difficile da tradurre e rifiuta il pensiero. Accetta, direi, solamente la poesia. Provando nuovamente riesco a  dire che per me il nome di Dio è l’incontro della Realtà con il cuore, senza che la mente ci inganni. Un solo, semplice, attimo di pura presenza.

Mentre pensavo a tutto questo sono comparsi dei versi di  Rumi, (il mistico persiano che ha vissuto nel XIII secolo; ho messo il link di Wikipedia per chi non lo conosce e vuole almeno saperne qualcosa)

Sono diventato un flauto di canna con il tuo respiro

Siamo oceano
notturno,
immersi in scintille
di Luce.
Siamo lo spazio
tra il pesce e la luna,
mentre stiamo qui,
seduti  insieme.

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Dopo Wallace Stevens, un merlo per Seamus Heaney

Dopo Tredici modi di guardare un merlo di Wallace Stevens, eccone uno di Seamus Heaney, San Kevin e il merlo,  forse una delle mie poesie preferite.  La corredo di link sulla vita del santo e di fotografie della città monastica di  Glendalough, dove si era ritirato a vivere.

il sito monastico di Glendalough

San Kevin e il merlo

E poi c’era San Kevin e il merlo.
Il Santo è in ginocchio dentro la sua cella
a braccia tese ma la cella è stretta.

Così deve sporgere il palmo irrigidito
come una trave maestra fuori dalla finestra
affinché il merlo vi si posi
per deporre e preparare il nido.

Kevin avverte nel cavo della mano le uova tiepide,…
il pettuccio, la testina dal piumaggio ravviato,
i piccoli artigli e, scoprendosi legato
alla rete della vita eterna,

è mosso a pietà: dovrà continuare a tenere la mano tesa
come un ramo fuori nella pioggia e nel sole per settimane
finché la nidiata non uscirà dal guscio per prendere il volo.

*

E siccome l’intera cosa è stata comunque immaginata,
immagina tu d’essere Kevin. Come ti appare?
Dimentico di se stesso o in agonia perenne

dalla nuca fino agli avambracci doloranti?
Ha le dita indolenzite? Avverte ancora le ginocchia?
Oppure, il nulla ottenebrato dell’oltretomba

s’è aperto un varco dentro di lui? Vaga lontano con la mente?
Solo e riflesso limpidamente nel profondo fiume dell’amore,
“Lavorare e non cercare ricompensa,” questa è la sua preghiera.

Una preghiera recita il suo corpo interamente
poiché ha dimenticato se stesso, dimenticato il merlo
e solo, sulla sponda, ha scordato il nome del fiume.

(da ‘The spirit level’, Mondadori, 2000 – Traduzione di Roberto Mussapi)

ST Kevin cell

ST Kevin bed

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I trentatrè nomi di Dio (Marguerite Yourcenar)

Tra gli autori che vorrei non avere mai letto, per poterli incontrare ora, c’è Marguerite Yourcenar.  Ricordo l’ingresso del suo scrivere  in me, come un fatto dell’anima e della mente.  Rileggere? sì, rileggo. Ogni volta un’emozione antica e nuova.

Qui sotto trovate qualcosa di piccolo ( la meraviglia per le cose piccole e la gratitudine…) che prende per mano chiunque scriva con passi  d’uccello, fiati di nuvole, esitando sulla soglia tra visibile e invisibile per poi lasciarsi scivolare.  

I trentatré nomi di Dio (Marguerite Yourcenar)


1. Mare al mattino
2. Rumore dalla
sorgente nelle
rocce sulle pareti di
pietra
3. Vento di mare
a notte
su un’isola
4. Ape
5. Volo triangolare
dei cigni
6. Agnello appena nato
bell’arietepecora.
7. Il tenero muso
della vacca
il muso selvaggio
del toro
8. Il muso
paziente
del bue
9. La fiamma rossa
nel focolare.
10. Il cammello
zoppo
che attraversò
la grande città
affollata
andando verso la morte.
11. L’erba
L’odore dell’erba.
12. (disegno suo, come tanti asterischi, stelline)
13. La buona terra
La sabbia e
la cenere
14. L’airone che ha
atteso tutta
la notte, intirizzito,
e che trova
di che placare la sua
fame all’aurora
15. Il piccolo pesce
che agonizza nella gola dell’
airone
16. La mano
che entra in
contatto
con le cose
17. La pelle – tutta la superficie del corpo
18. Lo sguardo
e quello che guarda
19. Le nove porte
della
percezione
20. Il torso
umano
21. Il suono di una viola o di un flauto indigeno
22. Un sorso
di una bevanda
fredda
o calda
23. Il pane
24. I fiori
che spuntano
dalla terra
a primavera
25. Sonno in un letto
26. Un cieco che canta
e un bambino invalido
27. Cavallo che
corre
libero
28. La donna
— dei  —
cani
29. I cammelli
che si abbeverano
con i loro piccoli
nel difficile wadi
30. Sole nascente
sopra un lago
ancora mezzo
ghiacciato
31. Il lampo
silenzioso
Il tuono
fragoroso
32. Il silenzio
fra due amici
33. La voce che viene
da est,
entra dall’orecchio
destro
e insegna una canto.
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