Preghiera a sua madre…

Interrompo il flusso sulla cera e dedico questa poesia di Mariangela Gualtieri a mia Madre e a mia Sorella che la cura.
Ciao Elena, so che leggerai da Facebook.

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Preghiera a sua madre perché muoia

Tu drappeggi dentro ore lunghissime
e un immenso niente ti pondera
tu ricorda un infinito
e le sue stelle. Ricorda
mamma, e non avere paura adesso
che la tua pelle s’è fatta
di velo, e una carezza la strapazza
non avere paura
non andare nel fondo
dove il decubito guasta ogni fiore
e si apre la carne in fessure
e slabbri d’orrore.

Gesù non sa niente di questo
essere vecchi – non sa
lo spavento lungo e un martirio
al rallentatore. Muori ma’,
muori stanotte dolcemente,
fra un respiro, fra i sogni,
e non restare nella carne
non intrattenerti ora, non distrarti
da questo andare imminente
tu sorridente mia, tu dolce,
tu signora allegra che non scendi più le scale
e la notte non puoi alzarti dal letto
e andare a fare pipì – tu
cascatrice favolosa che ti fai solo un graffio
e cadi così spesso da quel tuo vacillare.

Vola – sali – vai in quel posto
che non sappiamo. Diventa luce ma’.
Per me diventa il gran buco del mondo
la scomparsa figura più grande.
Tu discendi con una grazia imbattibile
tu vai giù aggiustando i capelli
e cadi come per cogliere fiori
e chiami la buonanotte
e hai quel sereno dei savi
e dei folli e d’una infanzia
che solo adesso ti godi.
Muori, mammina. Non restare fra
gli spini del tempo. Muori senza dolore.
Non ti attardare
rendi familiare la morte
col tuo abitarla, porta di là
l’immenso femminile
che nello specchietto componi e sbirci
per una voglia di essere fiore
o la fanciulla che si addobba
per lo sposo. Reginella,
svaporata bella signora
che siedi su rotelle come su un trono
di cioccolato, e ancora ridi
e senti il bene e la vita tu l’hai passata
con passetto di danza, canticchiando
Carmen o Norma. Ma’ –
diventa immensa. Tutto diventa.
Canta nel vento. Ridi con ogni foglia
e fai quella luce dei fiori.
E stenditi come la notte
quieta, immensa, eterna.
Tutta terrestre materna luce.

 da Le giovani parole (Einaudi, 2015)

 

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Beuys e la sacralità della natura

Mi trovo a disagio: come arrivare alla cera e a Beuys senza qualche traccia su questo artista?

Ancora più a disagio: come faccio a raccontare qualcosa di significativo su Beuys senza disperdemi e partendo, come non bastasse, dal fatto che il mio personale incontro con Beuys è così vicino all’essere da non aver per me bisogno di parole? Davanti all’opera di Beuys entro nella risonanza, nel linguaggio dell’effettività, vicinissima a una verità chiara e senza parole che è la mia ma che il suo lavoro attiva.

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Forse partendo da qualche nota biografica ben collegata alla …cera?

nasce nel 1921 a Cleve in Germania e trascorre l’infanzia in profondo contatto con la natura, s’innamora di ogni elemento della natura che incontra, lo raccoglie e conserva per poterlo conoscere…

intendo, come sempre, l’amore per il conoscere, non la conoscenza accademica intorno a… intendo il diventare l’oggetto per conoscerlo…

…incontrando così il senso del sacro, come racconta in interviste successive. Cresciuto in un ambiente ricco di nutrimenti naturali ed artistici riceve però, come ogni altro giovane tedesco dell’epoca, un’educazione nazista che non gli si confà e si trova in periodi diversi e con diverse funzioni chiamato  a combattere. 

Durante una azione in Crimea, alla guida di un caccia bombardiere subisce un incidente, precipita e, rimasto in stato di incoscienza sotto la neve, viene soccorso  da una tribù di tartari che  per salvarlo lo cospargono di grasso animale e avvolgono in coperte di feltro e ne accompagnano il ritono alla vita.zgbdc5-6a2se3fze6w1a5ohvh8c-original

Le versioni di ciò che avviene in seguito sono  diverse, ma comunque Beuys visse quell’incontro, quella cura primordiale e primaria come una sorta di evento iniziatico.

Dopo la fine della guerra – è nel frattempo tornato al fronte e nuovamente rientrato- si riavvicina all’arte, ancora come forma accademica, senza trovare sollievo; sono due gli incontri che gli restituiscono calore – non più quello del grasso e del feltro, ma quello che ne è la controparte psichica e spirituale -a lo aiutano dare senso e coesione alle sue dotazioni individuali e alle vicende di vita:

l’incontro  con i fratelli Van der Grinten grazie all’accoglienza dei quali potrà tornare a lavorare la terra ritrovando una connessione affettiva con la natura

e quello con la filosofia di Rudolf Steiner, con l’antroposofia (per avere una base minimalissima sul pensiero di  Steiner cliccate: troppo complesso affrontare qui una tematica di cui per altro non ho la presenzione di sapere a sufficienza), soprattutto attraverso la lettura di La filosofia della libertà.

calore, amore, ardore: quelli delle materie donate dagli animali, quelli della terra e infine della capacità di compassione  dell’esser umano. Quelli possibili nell’uomo per la creatività, la verità, la consapevolezza, la sacralità della natura. La responsabilità verso l’anima mundi in tutte le sue forme…

Da questo momento Beuys esce dallo stato di trauma e depressione attraverso la dedizione a un’arte che non ha più nulla di accademico.  L’arte è un compito morale, un atto terapeutico che coinvolge parimenti autore e osservatore. L’artista, come uomo risvegliato ha un compito terapeutico che nasce dal calore dell’amore per tutto ciò che vive e adempie al suo compito attraverso la capacità di utilizzare la materia per dare vita al suo messaggio.

da questo momento in poi tra i materiali naturali che Beuys utilizza saranno sempre presenti la cera, il miele, il grasso animale, il feltro.  Prodotti dell’innocenza degli animali sacrificati, e quindi resi sacri  da ciò che costantemente offrono all’uomo. Una offerta senza condizioni, una resa che sostiene l’evoluzione dell’essere umano.

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Ape regina 1. Cera su supporto di legno, 1952

Per questo molte delle opere di Beuys e delle sue performance sono in stretta relazione con gli animali, come nella lunga performance in cui addomestica un Coyote vivendoci insieme.

 

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L’incontro tra naturale e la capacità -che è solo dell’uomo- di plasmare ciò che è materia naturale è Creatività. L’autore è responsabile del suo messaggio ( forma e contenuto). L’osservatore è mosso  a incontrare attraverso l’opera ciò che è in attesa di risveglio nel suo mondo interiore. Le opere divengono autonome nell’incontro con l’altro: la creatività e il suo frutto sono un messaggio di libertà e amore.  

Non vado oltre, ho scritto ciò che mi aiuterà a entrare nei massi di cera: mi limito ad invitare chi non conoscesse Beuys a incontrarlo: internet, mostre, libri: per esempio  Difesa della naturadif

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Beuys e i massi di cera

Quello che scriverò è una personalissima riflessione sui Massi di cera di Beuys incontrati a Berlino. Parte dalla sensazione nata in quell’incontro, dai primi rapidi pensieri, associazioni e ricordi di letture in seguito cercate.

La vista

La vista rimandava al primo impatto presenze massicce, massiformi ( scusate il neologismo grezzo). Rimandava anche al suo lavoro 7000 querce di basalto

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per chi non conosce l’opera: nel 1982 Beuys, fu invitato a partecipare a Documenta, una delle più importanti mostre di arte contemporanea che si tuene a kassel ogni cinque anni. Compose una installazione, un triangolo di 7000 massi di basalto davanti al Museo della città. Chiunque volesse, pagando una somma (credo non quantificata) di denaro potevano adottare una di quelle pietre. ogni contributo sarebbeservito a piantare una quercia. Le pietre scomparirono ad una e l’ultima quercia fu piantata nel 1987: Beuys era morto nel frattempo, ma la sua opera continua a vivere, cresce negli spazi che circondano la città.

Non era però una vedere certo di sé. I massi mi generavano curiosità ed insieme una sorta di straniamento, un richiamo ad altro. Mi circondavano di odore e emanavano un calore visivo.
Ci misi un po’ a rendermi conto che la materia era cera…

non vado a leggere nulla prima di aver osservato un’opera

 

…riluceva, trasluceva. Si dichiarava avvicinabile, maneggiabile. I massi erano in qualche modo cosa viva:  simulacri, pesi  offerti in voto, per avere dentro di sè pietra viva in cambio in cambio di materia ermeticamente chiusa.

Il mio ammiratore conosciuto mi direbbe che sto andando troppo condensata e veloce, che salto passaggi a me sola noti e chiari: è vero. Mi capita spesso perchè mi immergo nel centro della passione, vorrei scrivere tutto e ho poco tempo per farlo (sempre meno, lo avete visto da voi).

Mi sto chiedendo qui cosa anticipare del prossimo articolo.

Anticipo il calore della cera, la sua plasticità, il suo essere usata per simulacri ed ex voto, il suo valore simbolico. Lo slittamento tra significanza e simiglianza.

Lo so, sono ermeticamente aperta. Che sia questa la mia somiglianza con la pietra?

 

 

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materia ermeticamente chiusa

Durante l’estate ho ri-preso l’abitudine di andare a camminare la mattina.

Mi restituisce energia e mi fa sentire felicemente nutrita di bellezza e pregna del piacere della forza della gambe.

pregna, sì, non mi piace molto, ma è la parola più vicina che ho trovato al sentire, perchè è carnale

In questo bel settembre due, tre volte la settimana, in agosto ogni giorno: macinavo kilometri di colli fiorentini, alzandomi prima dell’alba per godere del fresco, della luce nascente, degli animali presentissimi perchè non ancora disturbati dagli umani. Ora le camminate sono diminuite ma ancora ci sono.E ancora incontro raduni nazionali di scoiattoli, caprioli, famiglie di cinghiali con temibili cinghialesse, ghiandaie, cinciallegre, upupe e neri corvi.

Fanno parte degli incontri felici non solo animali, fronde, raggi e nuvole sospinte dal vento: incontro anche le pietre. Lungo i sentieri degli scalpellini, abbandonati sui cigli se me stanno accomodati grandi massi di Pietraforte.  Solitari e imponenti, oppure gruppali e sovrapposti, o allineati. Per  loro natura sono squadrati, sembrano quasi lavorati dall’essere umano, ma non è  così: è il loro carattere.

Mi fermo sempre a considerarli. C’è un momento, quello dell’apparizione in cui cado nel mistero, ma dura poco. Poi mi fermo a osservare, cercando di andare oltre o dentro la loro natura, no, è diverso: di diventare sasso per quel che mi riesce ma, in mezzo a tutta quella  vita che chiama mi è difficile, direi che finisco per perdermi sul confine della pietra, quella forma esterna che definisce il singolo pezzo e contemporaneamente conicide con la sua essenza.

Domenica mi sono trovata, parlando con una amica, a ripensare a certe installazioni di pura, nuda, grande pietra che talvolta si incontrano nei musei di arte contemporanea…

 

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Questo è Beuys all’Hamburger Banhoff di Berlino

Ci sono persone che fanno fatica a capire perchè si possa installare materia grezza in un museo. Perchè si occupi lo spazio in questa maniera, sottraendolo all’arte. Cosa ci si possa trovare. Cosa fermi chi guarda, immobilizzandolo, come capita a me. Ma, ecco, quei massi fuori contesto improvvisamente sono Presenze. Quando li trovo sono costretta e insieme accompagnata a incontrare tutto il silenzio e l’ermetica chiusura della pietra.

Posso diventare Pietra. Il dio materia e silenzio nascosto nella pietra si manifesta e incontra la pietra in me. Non posso entrare, posso solo risuonare e divenire.

Vi saluto con la bellissima poesia di Szymorska Conversazione con una pietra e con il link del bell’articolo (da Doppio zero)  che la cita,  lettera a un sasso.

Ma, prima della poesia, riguardate l’immagine: quella che avete visto non è pietra ma cera, cera d’api. Qual è il messaggio di Beuys? provo nella prossima puntata

Conversazione con una pietra

Busso alla porta della pietra
– Sono io, fammi entrare.
Voglio venirti dentro,
dare un’occhiata,
respirarti come l’aria.

– Vattene – dice la pietra.
Sono ermeticamente chiusa.
Anche fatte a pezzi
saremo chiuse ermeticamente.
Anche ridotte in polvere
non faremo entrare nessuno.

Busso alla porta della pietra.
– Sono io, fammi entrare.
Vengo per pura curiosità.
La vita è la sua unica occasione.
Vorrei girare per il tuo palazzo,
e visitare poi anche la foglia e la goccia d’acqua.
Ho poco tempo per farlo.
La mia mortalità dovrebbe commuoverti.
– Sono di pietra – dice la pietra
– E devo restare seria per forza.
Vattene via.
Non ho i muscoli per ridere.

Busso alla porta della pietra.
– Sono io, fammi entrare.
Dicono che in te ci sono grandi sale vuote,
mai viste, belle invano,
sorde, senza l’eco di alcun passo.
Ammetti che tu stessa ne sai poco.

– Sale grandi e vuote – dice la pietra
ma in esse non c’è spazio.
Belle, può darsi, ma al di là del gusto
dei tuoi poveri sensi.
Puoi conoscermi, però mai fino in fondo.
Con tutta la superficie mi rivolgo a te,
ma tutto il mio interno è girato altrove.

Busso alla porta della pietra
– Sono io, fammi entrare.
Non cerco in te un rifugio per l’eternità.
Non sono infelice.
Non sono senza casa.
Il mio mondo è degno di ritorno.
Entrerò e uscirò a mani vuote.
E come prova d’esserci davvero stata
porterò solo parole,
a cui nessuno presterà fede.

– Non entrerai – dice la pietra.-
Ti manca il senso del partecipare.
Nessun senso ti sostituirà quello del partecipare.
Anche una vista affilata fino all’onniveggenza
a nulla ti servirà senza il senso del partecipare.
Non entrerai, non hai che un senso di quel senso,
appena un germe, solo una parvenza.

Busso alla porta della pietra.
– Sono io, fammi entrare.
Non posso attendere duemila secoli
per entrare sotto il tuo tetto.

– Se non mi credi – dice la pietra-
rivolgiti alla foglia, dirà la stessa cosa.
Chiedi a una goccia d’acqua, dirà come la foglia.
Chiedi infine a un capello della tua testa.
Scoppio dal ridere, d’una immensa risata
che non so far scoppiare.

Busso alla porta della pietra.
– Sono io, fammi entrare.
– Non ho porta – dice la pietra.

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Sii dolce con me. Sii gentile.

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Due poesie di Mariangela Gualtieri per salutarvi da quest’inizio d’anno già colmo.

Sii dolce con me. Sii gentile.

(da Bestia di Gioia )

Mariangela Gualtieri - bestia di gioiaSii dolce con me. Sii gentile.

E’ breve il tempo che resta.

Poi saremo scie luminosissime.

E quanta nostalgia avremo
dell’umano. Come ora ne
abbiamo dell’infinità.
Ma non avremo le mani. Non potremo
fare carezze con le mani.
E nemmeno guance da sfiorare
leggere.
Una nostalgia d’imperfetto
ci gonfierà i fotoni lucenti.
Sii dolce con me.
Maneggiami con cura.
Abbi la cautela dei cristalli
con me e anche con te.
Quello che siamo
è prezioso più dell’opera blindata nei sotterranei
e affettivo e fragile. La vita ha bisogno
di un corpo per essere e tu sii dolce
con ogni corpo. Tocca leggermente
leggermente poggia il tuo piede
e abbi cura
di ogni meccanismo di volo
di ogni guizzo e volteggio
e maturazione e radice
e scorrere d’acqua e scatto
e becchettio e schiudersi o
svanire di foglie
fino al fenomeno
della fioritura,
fino al pezzo di carne sulla tavola
che è corpo mangiabile
per il mio ardore d’essere qui.
Ringraziamo. Ogni tanto.
Sia placido questo nostro esserci –
questo essere corpi scelti
per l’incastro dei compagni
d’amore. nei libri.

 

Io guardo spesso il cielo

(da Fuoco centrale)

Io guardo spesso il cielo. Lo guardo di mattino nelle
ore di luce e tutto il cielo s’attacca agli occhi e viene a
bere, e io a lui mi attacco, come un vegetale
che si mangia la luce.


							
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Banalità natalizie

 

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Giotto, Cappella degli Scrovegni

 

Ci sono storie di Bambini felici e innocenti. Questi Bambini, loro sì, aspettano Natale con gioia.

Non tutti, no. Ci sono storie di Bambini tristi, sono normalmente quelli a cui pensiamo di più e insieme di meno. Ogni tanto smettiamo di pensare a loro. Ogni tanto ci piacerebbe che non ci fossero e non sono sicura che questo significhi che ci piacerebbe per loro.  A quei Bambini vanno tutte le carezze mentali che ho a disposizione in questo momento. Carezze che partono da quella zona appena sotto il cuore che è sveglia anche quando noi dormiamo. Anche a quelli malati, abbandonati, sacrificati nelle guerre che a Natale ci piace dimenticare.  Si può stendere un elenco interminabile di storie così banali a cui inviare carezze.

I Grandi spesso lo aspettano con fretta, fatica, disturbati da tutto quel traffico e chiacchiericcio di cui si sobbarcano a volte senza motivo: l’arrivare in tempo a fare tutto.

Capita anche che i Grandi mettano nel Natale ricordi scomodi o dolorosi. A volte, quando hanno paura di essere soli o veramente lo sono, non sono diversi dai Bambini tristi. Sono come loro anche quando qualcuno è mancato e quando per sempre mancherà. O quando le cose sono andate male e non c’è lavoro, né pane. Quando si vive sotto un ponte, anche se i Grandi a volte lo fanno perchè non possono né vogliono vivere in altro modo. Quando si è malati e in guerra. Quando non si ha scelta. Quando si pensa di non averne. Quando si è in carcere. Non so dire se a loro vanno le mie carezze. Mi sento più se come dalla zona sveglia  partissero abbracci e pacche sulle spalle. E occhi che guardano diritti e diretti. Ecco, forse la zona da cui mi viene qualcosa per i grandi è più in alto del cuore: la gola? la fronte?

Ci sono  storie di noi che aspettiamo che il Natale quasi risolva le nostre pene quotidiane: ci sentiremo migliori, ci troveremo tutti insieme e saremo perfettamente felici per un giorno. Ci capita perchè i Bambini che siamo stati ricordano qualcosa di bello. E altre di noi che partiamo perchè siamo stufi del Natale. Storie di noi che prepariamo tutto perché qualcuno, vicino, se lo aspetta.

Sto scrivendo tutto questo perché negli ultimi giorni ho avuto la sensazione che parlarne proprio il giorno di Natale fosse una banalità. Che si potesse pensare a un attacco di buonismo Natalizio, di sentimentalismo in un vuoto di sentimenti. Lo sto scrivendo perchè ho scoperto di non essere l’unica a avere questa sensazione. Non vado oltre, perchè queste banali storie di Natale sono innumerevoli.

A tutti, Tutti!, Grandi e  Bambini, comunque siano oggi, tristi e allegri, svegli e addormentati, va la coperta di cielo stellato che ho messo come immagine, perchè anche il cielo blu con le stelle è qualcosa di banale: un disegno da Bambini.

 

 

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Un saluto a Luca de Filippo

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Sarà che mio padre era per metà napoletano, ma i De Filippo, Eduardo prima, Luca poi li ho sempre amati. Ne ho amato i volti, gli occhi tristi e ironici insieme, intelligenti, la presenza, la ricerca di un senso possibile attraverso il teatro. Di Edoardo ho amato la capacità di denuncia sociale e lo sguardo tagliente sulle scene famigliari, l’avventurarsi in modo poetico e spietato nei pregi e difetti della napoletanità.

Di Luca  ho amato il riserbo, il rigore; la capacità di ricordare sempre il padre e portarlo con Sé ( eredità schiacciante e meravigliosa) trovando luoghi e ragioni per poter vivere la propria differenza.

Ricordo Luca De Filippo, morto venerdì scorso, con una intervista di Doppiozero

 

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